
C’era una volta il Chievo Verona. Non è l’incipit di una favola a lieto fine, ma l’inizio di una riflessione profonda su ciò che resta quando le luci dello stadio si spengono bruscamente. Presso l’impianto sportivo delle Sorgenti a Montorio, ospite del Montorio FC, Luca Campedelli è tornato a parlare. Lo ha fatto per presentare il libro che ripercorre trent’anni di una dinastia familiare prestata al pallone, accompagnato da uno degli autori, Raffaele Tomelleri (Fabiana Della Valle l’altra autrice ndr), e da Lorenzo Peroni presidente della società ospitante. La vicenda del Chievo è un unicum nel panorama sportivo europeo ed è ben nota: ascesa stellare, crollo verticale, fallimento e cancellazione totale. Ma l’incontro di Montorio non è stato un esercizio di nostalgia o, peggio, un tentativo di auto-assoluzione. È stato, piuttosto, il racconto di un “delitto”, termine che campeggia nel titolo del libro, e della complessità di un sistema che non ragiona solo con la logica e le finalità dello sport. Al centro della serata è emersa la figura di Luca Campedelli, l’uomo che ha guidato il club dalla gloria della Serie A alla “vergogna” del fallimento. La sua è stata una confessione a cuore aperto, dove la passione sportiva si è intrecciata indissolubilmente con una sofferenza personale e familiare. Traspare il peso di chi sente di non aver saputo proteggere fino in fondo un sogno nato in famiglia e per le famiglie. Le parole, senza veli, rivelano l’amarezza di aver tradito le aspettative di chi contava davvero su di lui. Storia già sentita? Forse, ma raccontare e cogliere l’aspetto umano della vicenda non significa scivolare nel buonismo, le vicende giudiziarie sono lì, trattate nel volume con puntualità per ripristinare la verità che spesso la cronaca, nella fretta del sensazionalismo, preferisce omettere o semplificare. Questo momento di condivisione ha tentato di entrare nelle pieghe di un mondo complesso e ha cercato di mettere in luce come a volte la superficialità di un giudizio sommario non permetta di compiere un percorso di consapevolezza e di maturazione rispetto agli errori individuali e di sistema. Omettere questo passaggio necessario ci riconduce sempre al punto di partenza, rimanendo incapaci di riscostruire qualcosa di diverso e di migliore e questo purtroppo non succede solo nel calcio. Nonostante la gravità dei temi, la discussione si è svolta con una pacatezza quasi surreale. Tra il pubblico, numeroso, era presente anche una rappresentanza della storica tifoseria clivense, che non ha fatto mancare manifestazioni di affetto. È l’immagine di una comunità che cerca di elaborare un lutto sportivo con una visione lucida e disincanta della realtà, dove prevale però la volontà di capire cosa sia realmente accaduto dietro le quinte di un fallimento che appare ancora oggi anomalo. In chiusura, è arrivato un pensiero dedicato ai giovani calciatori del Montorio FC e di tutto il territorio. “Pensate a divertirvi e tutto il resto viene con l’impegno”, è stato il messaggio finale. Un invito a credere che il calcio possa ancora essere un sogno realizzabile e pulito, nonostante le crepe di un sistema che, troppo spesso, dimentica la componente umana e di crescita di questo sport.
Marta Morbioli